giovedì 7 maggio 2009

Le Memorie di Enrichetta Caracciolo: VII. I Reverendi.

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VII
I Reverendi

Eccomi adunque segregata per un tempo indeterminato da quella società, nel cui commercio aveva vissuto vent’anni: eccomi sbalestrata d’un tratto nelle angustie d’un mondo negativo, nell’intimo e giornaliero contatto di monache, di monaci, di preti.

Profitterò io di questo naufragio, per indicare al lettore alcune spiaggie forse non ancora esplorate, per rilevare alcuni tratti della vita claustrale infino ad oggi rimasti inaccessibili a tutt’altri che ad una donna? Mi proverò.

Ma prima di dar seguito al mio racconto, nelle peripezie del quale avranno parte rilevantissima il despotismo clericale e la monastica depravazione, discara al lettore non sarà, mi lusingo, una breve prospettiva degli stabilimenti ecclesiastici, esistenti nella nostra penisola in generale, ed in Napoli particolarmente. Troppo strettamente alle mie Memorie si riferiscono le condizioni del clero regolare e secolare, tanto all’epoca in cui mi toccò soggiacere alla sua pressione, come pur dopo la nazionale rigenerazione, perché io non i reputi necessario premettere intorno a queste condizioni alcuni cenni, atti ad illuminar la scena sulla quale verranno a svolgersi gradatamente i seguenti episodi.

Conscia non meno della mia incompetenza che de’ limiti di questo scritto, non mi avventurerò di certo in critiche considerazioni sullo stato passato e presente del clero in Italia. Mio intendimento essendo soltanto quello di far vedere in una rapida prospettiva le spaventose proporzioni del morbo sociale che infesta tuttora la nostra patria, mi ristringerò all’autorità delle cifre, la cui eloquenza persuasiva può, sul pubblico criterio più di qualunque rettorica declamazione. Estratte essendo queste cifre da quadri statistici, da documenti officiali pubblicati nel corso degli ultimi vent’anni, può il lettore riposare sulla loro esattezza, naturalmente franca delle adulterazioni che lo spirito di partito suol interpolare.

Fatto incontrastabile. Posta mente alla superficie del territorio e alla popolazione, non v’è Stato cattolico, non cristiano, che possegga un sì gran numero di sedi vescovili, di preti secolari, di chiese, di monasteri, di monaci, di monache, quanti si noverano nel nostro paese. L’Italia, che ha il funesto privilegio di poter essere chiamata fra tutte le nazioni còlte d’Europa lo Stato levitico per eccellenza, presentavasi fino al declinare del secolo decorso sotto l’aspetto d’una vasta congregazione monastica. Il soffio secolarizzatore della moderna civiltà benché respinto e talvolta dissipato dall’azione combinata di due indigeni nemici avversi del pari all’emancipazione della coscienza e della ragione, dalla reazione del clero e dal politico despotismo, pure non mancò di penetrare poco o molto anche in questa contrada. Ma, malgrado le tacite rivoluzioni di principii e di costumi, che provocarono ne’ due secoli precedenti l’estinzione spontanea di parecchi ordini, e la fusione di più stabilimenti ecclesiastici in un solo: malgrado l’operosa sollecitudine con che l’occupazione francese, a’ tempi della repubblica, restrinse ai minori limiti possibili la mostruosa superfetazione del clero secolare, e soppresse, sì nel Piemonte che nell’ex regno borbonico, moltissimi monasteri (200 in circa nella sola penisola meridionale); malgrado i più recenti provvedimenti del governo italiano relativi all’estinzione graduale del monachismo, tuttavia l’Italia continua ad essere, come per lo passato, il paese levitico per eccellenza, ed è aggravata da tante prelature e gerarchie, da cotanto clero regolare e secolare, quanto sorpassa di gran lunga la necessità del religioso servizio.

Maggiore ancora è la proporzione per i monasteri de’ diversi ordini, siccome in un quadro comparativo nota uno de’ più accreditati organi della stampa francese. In Francia, a’ tempi or ora accennati, eranvi 1081 abbazie, di cui 800 d’uomini, e 281 di donne; e 619 capitoli, fra cui 24 di nobili donzelle.

Vediamo l’Italia! L’Italia, con poco più di 24 milioni di popolazione, contrapposta a’ 37 milioni della Francia, è coverta da 82 ordini religiosi, e da 2382 conventi: il che torna a dire ch’essa continua nel 1864 a possedere il doppio numero de’ conventi, che nel 1789 esistevano in Francia, paese notabilmente più grande e più popolato.

L’ingente cifra di questi 2382 conventi si spartisce così: 15.500 religiosi professi, 18.198 religiose professe, 4474 fratelli conversi e 7671 converse; in tutto 45.843 religiosi, ovvero la popolazione intera d’uno Stato inferiore della Confederazione germanica.

Ponendo in confronto, continua a dire il Débats, i beni del clero in Francia nel 1789 e quelli del clero in Italia nel 1864, troviamo che in Italia, tanto le corporazioni, quanto i vescovadi, le fabbriche, le prebende, ecc., godono d’una rendita, calcolata officialmente ad italiane lire 75.266,216, mentre il clero in Francia percepiva allora 133 milioni di sola decima, e le sue rendite potevano calcolarsi, senza esagerazione, un quarto di quelle di tutta la Francia. Del resto, allorché il decreto 2 novembre 1789 dichiarò proprietà nazionale i suoi beni, essi furono stimati un miliardo e cento milioni.

I beni del clero in Italia elevansi a quasi due miliardi, ossia un decimo meno del doppio di quello, che innanzi alla rivoluzione possedeva l’opulente clero di una delle più opulenti e potenti e popolose nazioni della terra!

Dalle cifre speciali passiamo ora alle generali. La complessiva enumerazione che segue, è tratta da’ computi statistici, or ora pubblicati dal Giornale officiale di Napoli.

«Il clero secolare e regolare in tutta l’Italia ammontava nel 1857-58 a 189.800 membri, cioè 1 su 142 laici! Della qual somma a cifre tonde:

82.000 nel Napoletano e nella Sicilia.
40.000 negli ex Stati Pontifici.
31.900 nell’Italia centrale.
16.500 negli ex Stati Sardi.
10.700 nella Lombardia.
8700 nel Veneto, ossia 2/3 di quanti ecclesiastici ne conteneva la sola Roma, che pur ne contava 12.000!».

Inoltre avevamo nella sola Italia 269 tra arcivescovi e vescovi, il che equivale a poco meno della metà delle sedi vescovili d’Europa, ed a niente manco che ad 1/3 delle sedi vescovili dell’intero orbe cattolico, le quali erano da 814 a 816.

A questa cifra di 189.800 ecclesiastici, dimoranti in Italia, volendo ora aggiungere gli altri della stessa nazione, che non vi dimorano, perché distribuiti nelle diverse missioni, ed arrogere eziandio i chierici dell’ordini minori, i novizi, le monacande, e la classe delle così dette monache di città, si avrà a numero tondo la totalità di 200.000 in circa, il che risponde a un ecclesiastico sopra 46 uomini adulti!

Considerata la statistica generale, veniamo finalmente a quella di Napoli.

Ecco come vent’anni fa eravi distribuito il clero secolare per qualità e per numero:

Arcivescovi
3
Vescovi
7
Capitolo de’ Canonici dell’Arcivescovado
30
Collegio degli Endomadari
22
Quarantisti della Metropolitana
18
Cappellani della Real Cappella del Tesoro di S. Gennaro
12
Capitolo de’ Canonici di San Giovanni Maggiore
15
Parrochi dipendenti dall’Arcivescovado di Napoli
43
Clero palatino, cappellani, titolari onorari e straordinari
34
Sacerdoti
3027


3211

Il numero delle parrocchie in Napoli somma a 50; quello delle chiese è di 257; delle Confraternite 174, delle Congreghe di Spirito 8, e delle cappelle serali 57.

In quanto poi al clero regolare di Napoli, siami lecito d’intercalarvi il quadro intero dell’enumerazione, formato all’epoca medesima, distribuito per ordini, per numero di monasteri, per sesso, per novero di persone, per qualità, ed ora estratto dal censo autentico, che intorno a quel tempo fu pubblicato dall’opera portante per titolo: Napoli e sue vicinanze.

Tabella 1

Tabella 2


Tabella 3

tabella 4

Cliccare sulle immagini delle Tabelle, tratte dal libro, per averne l’ingrandimento.

Dall’insieme di questo censo risulta adunque come all’epoca della mia entrata nel monastero eranvi in Napoli persone, per voto religioso all’inerzia e al celibato dedicate, od in via di dedicarsi 6720 incirca, le quali ripartivansi nelle seguenti categorie:

Preti e chierici d’ordini religiosi3507
Monaci e novizi1767
Monache1094
Educande352

Alla quale cifra se vogliamo aggiungere le suore sparse ne’ diversi conservatorii e ritiri della città, e la classe delle converse, classe celibe per obbligo di professione se non per voto, e per computo approssimativo ammontante a più di 2000, avrassi la somma totale di 9000, indicante più della cinquantesima parte degli abitanti di Napoli, strappata allora dalla Chiesa alla cooperazione sociale e all’incremento della popolazione.

Uno sopra cinquanta! Misericordia! Quale epidemia, quale micidiale calamità ha mai decimato un popolo in proporzioni tanto incalzanti, e con siffatta permanente intensità!

Tre sole città d’Italia Roma, Napoli e Palermo contengono 30.000 cittadini de’ due sessi, stranieri al passato, nemici del presente, sterili all’avvenire della loro patria.

Le Memorie di Enrichetta Caracciolo: VI. L’abbandono.

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VI
L’abbandono

Come fui uscita del coro, dissero di volermi menare intorno pel monastero.

Chiesi di mia madre: mi fu detto che, per non tenere impediti il generale e la contessa mia cugina, mi aveva lasciata, ma che non avrebbe mancato di tornare il giorno appresso.

Due giovani monache sorelle mi accompagnavano: chiamavansi Concettina e Checchina. Io aveva bisogno d’aria: l’ambascia mi toglieva la respirazione; accolsi adunque il loro invito di farmi veder nel monastero loro ciò che eravi di notabile.

La visita cominciò dal tempio sacro a san Gregorio l’Illuminatore.

Fu detto da valenti archeologi essere il suolo di quella chiesa il terreno stesso che era anticamente occupato dal tempio di Cerere, il quale con quello dei Dioscuri, col teatro grande e con la basilica, circoscrivevano la piazza Augustale, ora ingombra dalla vasta chiesa dal convento di San Lorenzo maggiore. È questo un errore. Le qualificazioni suddette non sono punto applicabili alla chiesa attuale, la quale fu edificata sopra suolo diverso, allorché venne demolita l’antica, in conseguenza de’ decreti del Concilio Tridentino, che verso il 1580 costrinse le monache a sovvertire gli ordini antichi, e dare ben diversa disposizione all’interno della fabbrica, secondo i rigori della moderna clausura. Raccontano le leggende, che il tempio di Cerere dalla pia moglie di Costanzo Cloro convertito in santuario cristiano, fosse circondato da larghi edifizi posti sotto il patrocinio di san Pantaleone. Non meno erronea è questa tradizione. Se la memoria non m’inganna, quel santo orientale fiorì dopo il regno di Costantino il Magno. Ciò che di positivo si conosce rimonta a tempi posteriori, ed ha special relazione colla persecuzione iconolastica, scoppiata in Costantinopoli per opera dell’imperatore greco Leone l’Isauro, quel Lutero coronato del medio evo. Uno stuolo di monaci e di vergini claustrali disertò allora la Grecia, per ischivare il fanatismo del clero e del popolo riformato. L’Italia ne fu invasa: Roma offrì ai profughi ortodossi generosa ospitalità; e Napoli, che aveva comuni coi Greci, non che l’origine e la lingua in parte e i costumi, ma pure il rito e la liturgia e la sommessione al medesimo gerarca, Napoli, dico, e le limitrofe provincie vidersi nel periodo d’un secolo ingombre di quegli esuli, i quali, tosto ricomposti in religiose comunità, vi costruirono innumerevoli chiostri sotto la regola di san Basilio. Autori, degni di tutta fede, raccontano che solamente in queste nostre provincie meridionali, e non compresa la Sicilia, in circa mille monasteri greci, fra grandi e piccoli, militavano fino alla metà del secolo XV sotto la regola suddetta.

La chiesa ed il monastero, di che tengo parola, godono l’anzianità fra tutti dell’ordine medesimo in Napoli fondato, ed ebbero a protettore san Gregorio Armeno, perché le vergini fuggitive, che vi si costituirono, avean con esso loro recata la reliquia di questo apostolo dall’Armenia. La caduta dell’impero greco, cagionata dalla conquista di Maometto secondo, e la soggezione del patriarcato bizantino che ne derivò, diedero il tracollo al carattere, non che al rito orientale, che l’Ordine basiliano aveva fino a quel punto conservati in Italia. Ma per ragioni non abbastanza note, i monasteri di donne abbandonarono la regola di san Basilio, per abbracciare l’altra non molto dissimile ed omogenea di san Benedetto, ancor prima che i conventi di monaci basiliani si fossero del tutto latinizzati: fatto avvenuto dopo quelle tre potenti e consecutive crisi della Chiesa occidentale: la riforma, il gesuitismo, ed il concilio di Trento; crisi successe nel XVI secolo.

Nella facciata della chiesa di San Gregorio1, sopra un alto basamento con tre archi di fronte, costrutto a bugne, si elevano due altri ordini di costruzioni, il composito sul dorico. Pochi scalini conducono all’atrio spazioso retto da quattro pilastri, su cui poggia il coro grande delle monache. In fondo è l’ingresso principale della chiesa; ed entrandovi, trovasi una sola navata con quattro cappelle in ciascun dei lati e due vani, di grandezza eguale alle cappelle, occupati al davanti per metà da due organi: di quei vani uno serve al passaggio della sagrestia e della minor porta, l’altro per i confessionali. Un balaustro divide la nave dal presbiterio, dove si erge l’altar maggiore, fra quattro archi simili che sorgono per sostenere la cupola. L’ordine architettonico dell’intera fabbrica è il composito, ma oltremodo ripieno di cornici, fogliami, decorazioni ed ornamenti d’ogni genere, tutti dorati, e nelle superficie piane dorati a foggia di damasco; e non è spazio vuoto che non sia coperto di pittura a fresco: cose tutte le quali certo meglio si addicono al fasto de’ ricchi palagi baronali (o dei teatri), anzi che alla devota semplicità della casa del Signore. La porta grande è costrutta di legno di noce con buoni intagli in rilievo, rappresentanti i quattro Evangelisti, ed in mezzo i due santi Stefano e Lorenzo, circondati da ornamenti. La soffitta, che è di legno intagliato e dorato, dividesi in tre grandi quadri principali, in cui sono tre pitture di Teodoro il Fiammingo, figuranti san Gregorio in vesti pontificali con libro aperto nelle mani fra due assistenti all’altare; lo stesso santo che riceve le monache nel suo ordine; ed il battesimo del Redentore; suddividesi poi in tanti piccoli compartimenti di forme diverse, i quali contengono una pittura di esso Teodoro, se non mostrano un rosone intagliato. I due organi collocati con le orchestre ne’ due vani sono ricchi de’ più bizzarri intagli, dorati ad oro fino. Ornano poi le cappelle molti lavori a commettitura di marmi scelti e svariati, ed han tutte un balaustro di marmi, parimente commessi in forma di fogliami a traforo; e sopra, altri lavori di bronzo a getto, con in mezzo un cancellino composto dello stesso lavoro e metallo.

Delle pitture, i tre quadri sulla porta, nei quali è rappresentato l’arrivo in Napoli e l’accoglimento qui avuto dalle monache greche; come parimente quelle collocate tra’ finestrini, che sono pur de’ fatti della vita di san Gregorio; quelle dei piccioli scompartimenti sopra gli archi, le altre della cupola, e quelle infine del coro grande, che figurano storie di san Benedetto, son tutte di mano del Giordano. Ed è a notare, che, dei tre quadri sulla porta, in quello che è a sinistra dell’osservatore, nel volto dell’uomo in atto d’indicare un luogo alle monache arrivate al lido in una barca, il pittore dipinse sé medesimo dell’età di circa cinquant’anni, quanti allora ne contava.

Dietro l’altar maggiore, che è costrutto con disegno di Dionisio Lazzari, mirasi la gran tavola dell’Ascensione del Signore, opera di Bernardo Lama. Nella prima cappella del lato destro della chiesa è il quadro dell’Annunziata di bel colorito, dipinto da Pacecco De Rosa. La terza cappella è dedicata a san Gregorio Armeno, ed è più grande e meglio ornata delle altre; sull’altare, in mezzo a due colonne di rosso di Francia, si vede un assai pregevol dipinto di Francesco di Maria, e rappresenta il santo vescovo assiso e corteggiato dagli angeli; su i muri laterali è figurato in due composizioni il Santo, mentre se gli fa d’avanti tutto umiliato il re Tiridate col viso trasformato in porco; e nell’altra, nel momento di esser tirato fuora del lago di Ararat, dove era stentatamente vissuto per quattordici anni: questi due quadri, dipinti con robustezza e verità di colorito e con bell’effetto di luce, sono usciti dal pennello di Francesco Fracanzano, discepolo dello Spagnoletto. Di Cesare Fracanzano, fratello del primo, son le due lunette sovrapposte a’ descritti quadri, che rappresentano due maniere di martirii dati al santo. La volta di questa cappella è divisa in più partizioni, dove in piccole figure sono istoriati vari fatti della vita di san Gregorio dallo stesso Francesco di Maria; le quali pitture a fresco richiamaron l’attenzione dello stesso Giordano, che narrasi averle molto ammirate e lodate. Nella quarta cappella, la tela della Madonna del Rosario è di Niccolò Malinconico, scolaro del Giordano. Delle cappelle del lato sinistro, la prima ha una tavola della Natività, della scuola di Marco da Siena; la terza, la tavola della decollazione del Battista, di Silvestro Morvillo, detto il Bruno; e la quarta, una tela, in che è dipinto san Benedetto, adorante la Vergine che apparisce dall’alto, attribuita allo Spagnoletto.

Nel mattino del 3 di marzo 1443, essendo giorno di domenica, re Alfonso I d’Aragona cinse il capo del suo figliuolo Ferrante d’un cerchio d’oro, e posegli nella man destra una spada ornata di gemme, confermandolo in tal guisa Duca di Calabria e suo successore nel regno, siccome un giorno avanti era stato acclamato dal general parlamento nella sala del Capitolo in San Lorenzo. Una tal solenne cerimonia fu compiuta con regal pompa, in presenza de’ baroni e di tutta quanta la corte del re, nell’antica chiesa già demolita, in cui si è fatta menzione poc’anzi.

In quella stessa chiesa conservavansi fino al 1574 le sepolture delle monache, e le ossa d’altri defunti, in monumenti che rimontavano fino alle primitive età del monastero, siccome risulta dalla cronaca di donna Fulvia Caracciolo, una delle mie antenate e monaca nel detto monastero, vissuta intorno all’epoca in cui venne introdotta la clausura. Commovente è la descrizione ch’essa ci lascia del trasferimento delle surriferite reliquie dalla chiesa antica a luogo più sicuro, avvenuto sotto l’abbadessato di Lucrezia Caracciolo.

«Restavano» scrive essa «solo nella chiesa le sepolture, nelle quali erano posti i corpi morti delle sorelle, e d’altri defunti: e perché rimanevano scoverte, pungeva a noi il core estremo dolore, avvenga che non havevamo luoco atto, dove potessimo riserbare l’osse de’ nostri antecessori, tanto più che di fresco erano morte alcune, che a volerle tor via, poiché erano i corpi jntieri, n’inducevano a tanto ramarico, che di pietà ogn’una di noi si sentiva venir meno; all’ultimo una notte, seguente a’ 20 d’ottobre di detto anno 1574, per un dare spavento et horrore alle sorelle, jo, insieme con donna Beatrice Carrafa, donna Camilla Sersale, donna Isabella, e donna Giovanna de Loffredo, chiuse prima le porte della chiesa, e, dicendo l’officio de’ morti, fecimo in nostra presenza votare tutte le sepolture, usando ogni diligenza possibile, che fossero ben nettate, e riponemmo l’ossa in un’altra cantina con quest’ordine: fecimo far tante casse de’ morti quante erano le sepolture, et havendo di quelli riposte le già dette osse, fecimo ad ognuno un scritto di fuori, acciò che si conoscessero di chi fossero».

Questo passaggio, che ho letto più volte nello stesso manoscritto, mi ha fatto ogni volta rabbrividire, pel timore che le mie ossa, destinate a restare in consegna alle mie compagne di reclusione, non subissero un giorno le medesime vicende.

Egli è pur da questa cronaca che siamo informati del vestire antico delle monache benedettine e del loro ufficiare ne’ libri longobardi: «Intorno poi al vestire che noi usavamo, dirò, che andavamo vestite di bianco; però le tuniche a modo di un sacco, a punto come sono quelli che portano oggidì le donne vidue, ma di panni fini e bianchissimi; in testa portavamo una legatura greca, ornata con molta modestia; leggevamo a’ libri longobardi, e perciò la maggior parte della vita spendevamo ne i divini uffici, per esser in quei tempi assai lunghi e da noi con molta solennità celebrati. Le moniche ch’entravano in questa religione in tre diverse giornate, usavano tre modi di cerimonie. Primieramente si monacavano per mano dell’abbadessa, un giorno dopo dette “le Vespere”, ove ne troncava le trezze. Dopo alcuni mesi, o anni, secondo l’età, pigliavano il secondo ordine, ch’erano alcune dignità nel coro. Il terzo ordine si pigliava nell’età perfetta, da quindici anni in su, e nel pigliar questo ordine diceva primariamente la messa dello Spirito Santo; e mentre quella si celebrava di nuovo, ne tornavamo a tagliare i capelli. In questa guisa cavavamo nella fronte una ghirlanda de capelli, la quali partita in sette fiocchi, nell’estremo di ciascun di quelli l’abbadessa poneva una ballotta di cera bianca e così stavamo finché si celebrava; ma poi finita la messa, la medesima madre tagliava i fiocchi e copriva la fronte d’un bianco velo, e ne ponevamo una veste negra sopra la bianca che fino a quel tempo portavamo, e la negra era più corta della bianca mezzo palmo, senza la quale non era lecito a veruna di comparir nel coro nei giorni festivi. Questa veste adunque era la prerogativa che ne donava la voce attiva e passiva, e ci faceva partecipe de i beni del monastero. Questa medesima veste ne vestivamo ne i giorni estremi di nostra vita, con la quale si moriva e si andava alla sepoltura. I giorni feriali si ufficiava in coro con un manto nero, senza di cui non si poteva dire un picciolo verso in quel loco, e questo s’osservava tra noi in quel tempo». Malgrado questi rigori, vero è che le monache di quel tempo andavano liberamente alle ville e possessioni del monastero per trattenervisi parecchie settimane, uscivano dalla mattina alla sera, previa licenza della badessa, e per giorni ed anche mesi rimanevano in casa dei loro parenti, siccome fino ai giorni nostri, ad onore dell’ordine monastico, è praticato ne’ chiostri della chiesa greca, presso la quale l’autorità de’ canoni tridentini non è riconosciuta.

Sono custodite nel santuario del monastero parecchie reliquie di santi e martiri, cui le monache e la volgare superstizione attribuiscono la virtù di operare miracoli. Tranne il capo di san Gregorio l’Illuminatore, che vuolsi importato dalle profughe greche, vi sono pure la testa di santo Stefano e quella di san Biagio, coverte di argento; parte del legno della santa Croce; due bracci, uno di san Lorenzo e l’altro di san Pantaleone; la catena di san Gregorio Armeno e le strisce di cuoio con cui il Santo fu battuto: entrambi oggetti che, per prerogativa soprannaturale, sanano gl’indemoniati; il sangue di santo Stefano e quello di san Pantaleone, il quale, se perpetuamente è liquefatto, pure non si fa vedere in tre diversi colori, siccome quello del medesimo martire che è venerato in Roma nella chiesa di Santa Maria in Vallicello e nella cattedrale d’Amalfi. Questo santo gabinetto di anatomia dà motivo a feste, che non mancano d’essere periodicamente segnalate da fatti miracolosi.

Vastissimo è il monastero costruito intorno alla chiesa. Entrandovi dalla porta esterna, scorgesi una comoda scalinata che mena ad una seconda porta, su cui veggonsi delle pitture a chiaroscuro di Giacomo del Po, e donde si va ne’ differenti parlatorii. Ricco poi di fregi, d’inesauste comodità, di principesca magnificenza è l’interno del monastero, albergo di donne, tanto altiere della nobile loro discendenza, da non voler accogliere per sorella nella congrega nessuna giovine, la cui prosapia non sia stata almeno aggregata in uno de’ quattro seggi di Napoli. Grande e pur bello è il dormentorio; non meno bello il refettorio, spazioso il coro che risponde nella chiesa; largo il chiostro, con in mezzo una fontana e due statue, Cristo la Samaritana, scolpite da Matteo Battiglieri; immensi e deliziosi specialmente i terrazzi elevati sopra il convento, ornati di fiori e di dipinture, donde si gode una delle più belle prospettive di Napoli, poiché da quei belvederi spazia lo sguardo su i monti e le colline circostanti, su parte della sottoposta città, sul mare, sul paesaggio ameno de’ contorni. Tranne queste costruzioni, vedonsi poi nel monastero la cappella di Santa Maria dell’Idria (corruzione del vocabolo greco Odigitria), con l’immagine bizantina della Vergine venerata sotto questo nome, con dipinture di Paolo de Matteis: cappella ridondante di sontuosità; e finalmente la sala dell’archivio, ove fra gli altri storici monumenti è conservata la cronaca summenzionata della Caracciolo, documento di non poco rilievo.

Ma è tempo di ritornare alle mie vicende.

La novità del luogo, delle persone, degli oggetti, dei costumi, mi divagò un poco. Era quello un mondo nuovo a me del tutto sconosciuto.

Durante quella prima visita al convento, m’imbattei in molte religiose per la via: tutte quante mi fecero la stessa domanda:

«Vuoi farti monaca?».

Io rispondeva di no.

A questo detto, sorridendo in atto di suprema convinzione, ripigliavano:

«San Benedetto non ti lascerà scappare, quando avrai indossate le sue lane!».

Qualche giorno prima di entrare nel monastero, era venuta la fantesca di mia zia a riferirmi, come una giovine monaca, chiamata Paolina, desiderava di farsi mia amica e confidente inseparabile, non appena avessi posto il piede nel chiostro.

Mi vi trovava intanto da più ore, né vedeva al mio fianco altre monache, che le due sorelle, da mia zia pregate di guidarmi nella visita. Chiesi a codeste quale fosse la monaca nominata Paolina: risposero essere una giovine, solita sempre a ricrearsi in compagnia di due educande. M’avvidi infatti d’averla incontrata nel mezzo di due giovinette, passeggianti nel chiostro; ed anzi mi maravigliai, che di tutte le monache fosse stata l’unica a non avvicinarmisi.

Fatti altri pochi passi lungo l’arcato corridoio del pianterreno, la incontrammo novellamente; atteggiatami d’ilarità, le mandai da lungi il saluto con un sorriso, ma parvemi d’osservare che, in risposta, essa e le sue compagne si fossero scambiate sotto voce qualche parola in tuono beffardo: questo mi mortificò assai; ma non basta.

Concettina mi domandò perché avessi voluto sapere quale monaca fosse nominata Paolina, e dove l’avessi conosciuta: raccontai dell’ambasciata ricevuta. Si rammentò allora Checchina, che essendosi quella Paolina disgustata colle sue amiche, alcuni giorni prima, mi aveva mandato tale messaggio non per altro che per indispettirle, ma che poscia, rappattumatasi con esse loro, aveva lor promesso di non mai avvicinarsi a me, essendone le educande di già gelose.

«Gelose!» esclamai stordita: «vi sono dunque gelosie fra voi!»

«Eh, pur troppo, signorina! così non ve ne fossero!» risposero le sorelle in coro.

«Misericordia!» soggiunsi: «ci sarà anche la discordia, inseparabile dalla gelosia».

Strana infatti mi sembrò la gelosia fra donne, stranissimo e volgare il pettegolezzo della monaca Paolina, pestifera la discordia in una casa ermeticamente chiusa e non beneficata dagli influssi della rimanente umanità. Da quel primo sintomo di corruzione mi accorsi che avea da far con donne, le quali, benché nobilissime per nascita, pur tuttavolta non avevano che l’educazione negativa delle loro proprie domestiche.

Io aspettava la sera con ansietà per dare libero sfogo all’inquietudine che mi rodeva, credendo di avere una stanza tutta per me. Ma quale non fu la mia sorpresa nel vedere il mio letto collocato nella camera stessa della zia badessa, con al fianco un terzo letto destinato alla sua conversa! Mi veniva pure intercettato il conforto della solitudine e delle lagrime!

Mentre mia zia spogliavasi recitando delle preghiere sotto voce, io dovetti soffrire il tormentoso interrogatorio della conversa.

Questa donna, Angiola Maria di nome, aveva 32 anni circa, era d’una costituzione ferrea, di voluminosa corporatura; tarlata dal vaiuolo, con bocca larghissima e denti neri; a questo insieme disgustevole aggiungeva, ora un riso agro e smodato, ora una cupa fissazione, con un rotar senza posa di due occhi squilibrati che sembravano pronti a balzare fuori dell’orbita. D’altronde scortese, disattenta colla mia vecchia zia, e molto petulante, allorché questa interrompeva il suo eterno cicaleccio con qualche rimbrotto.

Finalmente si pose in letto, e prese sonno per lasciarmi sola coi miei tristi pensieri, sola nel mezzo d’un silenzio, da altro rumore non turbato che dall’isocrona battuta d’un orologio a pendolo.

Lo era di poco addormentata, vinta più dall’oppressione morale che dal sonno, quando sul far del giorno fui svegliata da Angiola Maria che voleva sapere da me se io voleva assistere alla prima o alla seconda messa.

«Ormai sono desta» risposi traendo un sospiro: «assisterò a quella messa che piacerà a te».

La conversa mi diè mano a vestirmi, non cessando sempre di ciarlare: poi, presami confidenzialmente per la mano, nel modo che è menato un cieco, mi fece scendere al comunichino, dove trovai riunite parecchie monache nell’atto d’ascoltare la messa e di comunicarsi.

Alle 10 venne mia madre: la ritrovai assisa nel parlatorio.

Al primo vederla proruppi in pianto stemperato. Le dissi essere infelicissima in un luogo, la cui inoperosa e stupida reclusione era, a parer mio, più insoffribile della stessa prigionia: tremendo martirio per me dover esser quello di convivere con gente non meno ignorante che ineducata: che già parlavano di farmi monaca: ch’io presentiva di dover perdere la salute, com’era in procinto di perdere la libertà, dovendo dipendere finanche dal capriccio della conversa di mia zia, la quale mi voleva far alzare prima di giorno, per trattenermi un’ora in chiesa, esposta ad un freddo insopportabile, ad un disagio che m’avrebbe fatta prendere a noia la preghiera stessa.

Stava per rispondermi la madre mia, quando entrò la portinaia, ed in seguito accorsero altre monache per salutarla. Dopo di avere scambiati alcuni termini di cortesia, diss’ella di voler andare ad ascoltare la messa in San Lorenzo, e che più tardi sarebbe ritornata. Uscì dunque del parlatorio, ed io, attendendola, mi trattenni fuori del corridoio, immersa nel sentimento dell’abbandono, in cui slanciata mi aveva una dura fatalità.

Scorse un’ora, un’ora e mezza, ne scorsero due, mentre io misurava a passi lenti il pavimento del corridoio, e frattanto non la vedeva ritornare. Dolente del suo ritardo, mi volsi alla portinaia, pregandola di mandare alla vicina chiesa di San Lorenzo una delle tante donne che ne stavano oziose all’atrio del monastero, per sapere ragione che impediva mia madre di ritornare. La portinaia, presami la mano, mi disse:

«Abbi pazienza, cara mia.., per amore o per forza bisogna trangugiare questo calice...».

«Di qual calice parli?» le chiesi spaventata, e col presentimento di qualche nuova sventura. «Ti dico che mia madre tarda a tornare, e vorrei conoscerne il perché».

«Inutilmente l’aspetti».

«Perché?»

«Tua madre è già partita alla volta di Reggio».

Se la portinaia non mi avesse sostenuta pel busto, sarei caduta in terra.

Per lunga pezza restai pietrificata. Ben sapeva io che la madre doveva lasciarmi, ma perché mai partiva l’indomani della mia chiusura? perché partiva senza avvertirmene?

I miei nervi, scossi già di troppo da tanti dispiaceri, non poterono resistere a quest’ultimo colpo. Fui assalita da convulsioni.

Quand’ebbi ricuperati i sensi e riaperti gli occhi, mi vidi circondata da uno stuolo di monache, di converse, di educande, tutte straniere a me, tutte intente a pascere l’ozio, la curiosità, l’apatia, proprie alla loro condizione, nello spettacolo del mio abbattimento. Chi bisbigliava di qua, chi commentava di là, chi dall’altra parte componeva il viso al sarcasmo; non una sola di esse che mi volgesse un accento di sincera carità. Il medico Ronchi, che allora entrava nella porteria, essendo uno dei curanti della comunità, mi fece somministrare pronti rimedi. La febbre, che mi sopravvenne, mi confinò in letto per più d’una settimana.

Quando il destino è avverso, concatenate vengono le disgrazie. Di lì ad un mese incominciai a persuadermi ch’era pur troppo reale anche l’abbandono di Domenico. Nutriva sino allora in quel mio sepolcro la dolce speranza, non solamente di ricevere qualche sua lettera, ma sì ancora di vederlo ritornato in Napoli, e farsi il mio liberatore. Se uguale al mio era l’affetto suo, se generosi sentimenti albergavano nel petto suo, se la voce dell’umanità gli favellava in cuore, se la reminiscenza della mia verace e costante devozione poteva nell’animo suo più che il vile interesse, come avrebb’egli tollerato ch’io cadessi vittima della giuratagli fedeltà?

Quante volte guardai dal coro della chiesa per vedere se vi era! Quante volte dall’alto dei belvederi con febbrile ansietà slanciai lo sguardo in cerca di lui lungo le vie circonvicine! Spesso, delusa dalle sembianze, dall’andatura, dal vestiario di chi parevami che gli somigliasse, mi sentii in procinto di svenire, credendo che giunto fosse il momento del mio riscatto.

Ma, ohimè! né egli direttamente m’indirizzava due linee, né mia madre nelle sue lettere mi faceva motto di lui. Vedeva di tratto in tratto Giuseppina, ma la presenza di questa diletta sorella non facevi ogni volta che aumentare le cagioni del mio dolore. L’infermità alla gamba, provocata dalla caduta, erasi col cambiamento dello stato dichiarata incurabile, talché, per muoversi, la misera era costretta di appuntellarsi alle gruccie.

Veniva pur talvolta a porgermi pietoso conforto il generale Salluzzi, cui tributo figliale gratitudine. Gli altri parenti, l’amante, gli amici, non si rammentavano più dell’orfana. Sarebbesi detto che già un abisso mi separasse dal mondo intero, a dispetto de’ concenti umani, che tuttora echeggiavano teneramente dentro l’animo mio.

Se non che, nel mezzo di tanto abbandono, una consolazione sublime rattemprò le mie pene: l’elevazione dello spirito a quel Dio della carità, che volle nascere, vivere e morire, non già per i muti orrori del deserto, né per l’inanimata solitudine, ma sibbene per la salute dell’umanità, in civile e vasto consorzio tenuta da una sola ed indivisibile legge di connessione.

Una sera di febbraio mi trovai sola sul terrazzo. I raggi del sole morente non isplendevano più che sulla cima del Vesuvio e sulle vette di Castellamare, le cui nevi ripercuotevano un chiarore, che respingeva il progresso dell’oscurità. Regnava intorno un insolito silenzio; lo schiamazzo del carnevale aveva attirate le genti ne’ centri più frequentati della città, per modo che il quartiere di San Lorenzo, ove ergesi il monastero, restava del tutto spopolato. Non giungeva all’udito mio che l’eco spirante delle popolari esultanze, siccome fragore di mare lontano.

Una commozione novella m’invase: all’aria libera, sotto l’immensa volta del firmamento mi sentii sola, è vero, come prima, ma non isolata. La voce del Signore m’appellava alla contemplazione della sua misericordia.

Piegai il ginocchio a terra, giunsi le mani, sollevai al cielo le pupille bagnate di pianto, ed invocai l’aiuto dell’Onnipossente.

«E che son io?» esclamai, rialzatami poscia e tergendo le lagrime; «che sono i miei patimenti in confronto a quelli della nazione cui appartengo? Se sotto il doppio giogo della temporale e della spirituale tirannide langue l’Italia intera, pretenderei io, atomo incalcolabile, io sola fra tanti milioni di oppressi, consumar la vita nei contenti e nella prosperità?»

(1) Napoli e sue vicinanze, Tomo I, p. 228.

mercoledì 6 maggio 2009

Le Memorie di Enrichetta Caracciolo: V. Il chiostro.

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V
Il chiostro

Maria Teresa d’Austria, seconda moglie del re, aveva in quel mentre dato alla luce il principe Luigi conte di Trani. Erasi perciò ordinato di solennizzare quel fausto avvenimento con tre giorni di gala.

L’esequie di mio padre, che dovevano eseguirsi cogli onori del grado e della carica, non potevano dunque aver luogo nei detti giorni. Fu per tanto imbalsamato il suo cadavere, e si attese che trascorso fosse il periodo di gala.

Intanto col padre noi avevamo veduto venir meno ogni mezzo. Faceva mestieri ricorrere al re, affine di rammentargli i paterni servigi, e per tal modo ottenere una pensione di grazia per nostra madre.

A quest’uopo lasciammo la spoglia mortale, ancora insepolta, in consegna dei miei cognati, abbracciammo piangendo le sorelle maggiori colà maritate, femmo lo stesso colle bambine che nella loro iscienza placidamente dormivano, ed io, Giuseppina e nostra madre, amare lacrime versando, partimmo allo spuntar dell’alba, a dì 29 dello stesso settembre.

Prospero fu il viaggio. Ventisette ore dopo ci trovavamo installate in un appartamento ammobigliato di via Toledo.

Ritorno a Domenico.

Questa domestica catastrofe mi riuniva inaspettatamente a lui. Però mancava il tempo che, col mezzo della posta, Paolo avesse potuto farlo consapevole della sventura che mi avea colpita.

Il giorno appresso, io e Giuseppina eravamo sedute al balcone. Essa fu la prima a discernere Domenico tra la folla. Aprimmo il balcone, ed uscimmo fuori per attirarci i suoi sguardi. Dopo la morte del padre il pensiero mio ricorreva a Domenico, siccome ad un’àncora di speranza. Egli ci vide, e credette di sognare.

Si fermò sbalordito mirandoci, esaminandoci; la gramaglia onde eravamo avvolte lo gettava nello stupore. In questo mentre, affacciatasi pur la madre, comprese egli dalla presenza di lei che nel padre mi aveva colpito il destino.

Entrare nell’istante in un caffè, strappare una carta dal portafoglio, e mandar a mia madre un biglietto, chiedendo il permesso d’informarsi personalmente delle nostre vicende: fu l’affare di un attimo.

Nel rivederlo, non potei frenare il pianto; egli unì la sua alla nostra commozione. Si trattenne lungamente con noi, e nel lasciarci disse, come la nostra disgrazia non poteva alterare i suoi sentimenti per me, anzi reputava propizia quell’occasione per sollecitare l’imeneo: che non appena avessimo sbrigati i nostri affari, e fossimo restituite in Reggio, ci avrebbe seguitate, per fare a suo padre solamente atto rispettoso richiesto dalla legge, in caso che questi insistesse nel suo proponimento di non acconsentire alla nostra unione.

Dopo tali assicurazioni, mia madre gli permise di venire a trovarci tutte le sere.

Molti giorni scorsero intanto prima che avessimo potuto avere udienza dal re: ottenutala, Ferdinando accordò a mia madre una pensione di grazia. Dall’altra parte una domanda di matrimonio veniva avanzata per Giuseppina.

Questo secondo incidente pose ritardo al nostro ritorno a Reggio, dappoiché gli apparecchi del maritaggio richiedevano la presenza di mia madre in Napoli. Eravamo già alla metà di novembre, e gli sponsali non potevano aver luogo prima del seguente gennaio.

Una sera vidi entrare Domenico pallido e sgomentato. Chiestogli il motivo del suo turbamento, mi fece vedere una lettera di suo padre poco prima pervenutagli, la quale gli intimava di subito ritornare in famiglia. Per costringerlo all’ubbidienza, il padre rifiutavasi di soccorrerlo pecuniarmente, ragion per cui, trovatosi il giovine destituito d’ogni sussidio, era fatalmente costretto a ripatriare.

E così fu. Due giorni dopo, fattimi i più fervidi giuramenti di costanza ed ottenuti i miei, se ne partì, promettendo di scrivere a mia madre ogni settimana.

Ahimè! ci disgiungeva il destino per la seconda volta! Quando l’avrei riveduto?

Furono spesi molti giorni in ricevere e render visite ai parenti, che subito non avevano saputo il nostro arrivo. Il più assiduo in visitarci era il generale Salluzzi, la cui sorella trovavasi vedova del principe di Forino, fratello di mio padre. Egli prendevasi vivo interesse di noi e dei nostri affari. Tre zie, monache benedettine, una nel monastero di Santa Patrizia, e due in quello di San Gregorio Armeno, ci si mostravano pur affezionate. Erano desse somigliantissime in volto al deplorato nostro padre loro fratello, senonché maggiori di lui per età, poiché tutte tre ottuagenarie.

Lasciata avendo la capitale in età di sei anni, ed essendo rimasta fino allora assente nelle Calabrie, io non conosceva di persona nessun parente; tutto m’era nuovo in Napoli. Una di queste zie, quella appunto della quale io portava il nome, era badessa in San Gregorio Armeno.

Più volte intanto scrisse Domenico a mia madre, assicurandola in ogni lettera d’aver dato qualche nuovo passo innanzi al tanto sospirato matrimonio; suo padre mostrarsi tuttavia avverso, ma non potere finalmente, che cedere alle preghiere del figlio, e all’intercessione autorevole dell’avo. Dal suo stile però traspariva, che, per la mia prolungata assenza, agitato era di nuovo il suo spirito dal demone della gelosia. Pochi giorni dopo ci perveniva un’altra lettera, seguita da un poscritto a me diretto, nei seguenti termini:

«Cara Enrichetta, nociva è all’amore l’aria di Napoli. Il fascino di quella città non mi lascia pace sul conto tuo. Ritorna presto, se mi ami di verace amore... Ma se nel ricevere la presente non t’affretti a raggiungermi qua, io mi crederò sciolto dai giuramenti a te fatti».

Nel leggere queste parole, mia madre montò sulle furie, e senza permettere a me di dare risposta alcuna, senza prendere in considerazione l’indole sospettosa di Domenico, pigliò la penna e scrisse:

«Signore, voi pretendete d’imporre leggi a mia figlia prima di averne il diritto; essa non è vostra, né sarà vostra giammai. Sia da questo punto troncata ogni trattativa di matrimonio fra voi due».

Le mie suppliche, le mie lagrime non giunsero a tempo. La lettera era già partita; Domenico non iscrisse più. Però nel fondo viveva tuttora la speranza, che quando sarei ritornata in Reggio l’affetto dell’amante si sarebbe rinfocolato, seppure il freddo soffio della gelosia non avesse avuta la forza di spegnerlo.

Ma la mia avversa stella aveva altrimenti disposto! Io mi pasceva di splendide speranze, mentre spalancata stavami a’ piedi la voragine.

Era prossimo il Natale; le nozze di Giuseppina dovevano celebrarsi privatamente il secondo giorno di gennaio.

Disse un mattino mia madre, che urgenti faccende l’obbligavano ad uscir sola, ma che sperava di non trattenersi lungamente fuori di casa.

Ritornò infatti dopo un’ora di assenza: la contemplai, mi parve giuliva anzi che no; donde dedussi e congetturai, che l’affar suo di premura avesse avuto un esito prospero. Né devo nascondere il fatto, che palpitai per inquietudine, supponendo non si tramasse a mia insaputa qualche progetto di matrimonio, il quale stesse per definitivamente separarmi dall’oggetto dei miei pensieri.

Erano appena scorsi pochi giorni da questa gita misteriosa, quando una mattina, alle Otto, fu suonato alla porta. Il domestico non era in casa: l’uscio fu aperto da me.

Una fantesca, che conobbi per quella della mia zia badessa, recava sulla guantiera un dono di dolci.

Alla prima vista del dono rimasi conturbata, avendo supposto che quello esser potesse l’esordio d’una qualche trattativa di matrimonio per me: tale presso alcuni è l’usanza. Le sembianze della fantesca mi rinfrancarono: io respirai.

«Siete voi la signorina Enrichetta?» domandò questa.

«Sì» risposi.

«La signora badessa vostra zia vi saluta...»

«Grazie, grazie: altrettanto da parte mia!»

«E vi fa conoscere che il Capitolo è riuscito all’unanimità per l’ammissione vostra al monastero...»

«Per l’ammissione mia...! Per me! Buona figliuola, v’ingannate» risposi ridendo di buon cuore.

«Sì, signora, per voi stessa; non m’inganno, no. Venite dunque subito a ringraziare le monache, e fissare il giorno dell’entratura».

Mia madre, non vedendomi ritornare sull’istante, veniva a vedere con chi m’intrattenessi all’uscio, e giungeva a tempo per udire le ultime parole della cameriera. Comprendendo che quel discorso, quanto inaspettato, altrettanto spaventevole, doveva stordirmi per modo da togliermi l’uso della favella:

«Va bene, va bene» disse, sospingendomi e facendosi avanti. «Ringrazia cordialmente mia cognata, e dille che la monachella le sarà condotta oggi stesso».

Ciò detto, chiuse l’uscio, e presami per la mano, divenuta più fredda del ghiaccio, mi menò nella camera da letto.

Se un fulmine mi avesse atterrata, non avrei ricevuto una scossa più formidabile.

Proruppi in singulti disperati, mi rovesciai bocconi sull’origliera del canapè, che innaffiai con molte lagrime, indi mi slanciai in grembo alla madre, implorando misericordia alle sue viscere.

Ella, imperturbabile di contegno, sebbene non priva di commozione, stese la mano sulle mie palpebre per asciugarmi col fazzoletto le lagrime. Poi, in tuono grave, e con parole misurate, che mi risuonano tuttora all’udito come sentenza di pena capitale, disse essere stata costretta a fissare il mio ingresso nel monastero sì dalle ristrette sue finanze, sì dal mio capriccio per Domenico.

«Le tue zie» soggiunse, «sono ricche; consegnandoti a loro infino a tanto ch’io cominci a percepire le mie pensioni, sarò sgravata di un peso. Sono sicura d’altronde che la pace del Convento servirà di molto a calmare il tuo cuore, turbato da una folle passione... Ma, dopo due mesi, le amorevolezze delle monache non avranno espulso dal cuore tuo l’aborrimento pel chiostro, prometto di riprenderti meco. Per ora ritrattarmi non posso, fatto già essendo a tuo favore il Capitolo per l’ammissione».

«Mamma!» esclamai, gettandomi ai suoi piedi, e serrandole convulsivamente le ginocchia: «Mamma, non mi rinchiudere, per pietà! Al solo nome del monastero mi sento presa dalla disperazione!».

Ella si alzò bruscamente, svincolandosi dalle mie braccia, ed in tuono severo mi disse:

«Tuo padre non ha lasciato per te né dote né tutore: l’arbitra della tua sorte sono io sola... le leggi divine ed umane t’impongono l’ubbidienza, e, affé di Dio, tu ubbidirai!».

Contenni, per ultimo segno di protesta, i singhiozzi, e non aggiunsi parola. Del resto, ogni osservazione ulteriore sarebbe tornata ugualmente vuota di effetto. Se, per oratori e per filosofi, nume tutelare era sotto il regime borbonico il Dio Silenzio, quanto più lo doveva essere per una giovane orfana, derelitta, e ancor minore?

Vedutami ammutolita, impietrita, colle mani giunte, cogli occhi volti al cielo, colla più profonda costernazione impressa nel mio atteggiamento, parve la madre mossa a pietà della figliuola; per lo che, raddolcendo la voce, e venuta a carezzarmi colla destra le inanellate trecce, prese ad esortarmi in accenti meno duri, in sensi più conformi alla materna carità. Disse: il convento non essere carcere, come il mondo generalmente suppone, ma sì orto di salute, intemerato asilo, ove le anime, superiori alle sociali vanità, od abbeverate da disinganni, rinvengono respiro non mai contaminato dall’alito funesto delle passioni né soggetto alle procelle del secolo.

Trovarsi d’altronde profusi in que’ ritiri, non soltanto gli spirituali conforti, ma inoltre tutti gli agi della vita nobile, e perfino le raffinatezze e le oneste ricreazioni del mondo elegante. Se così non fosse, come vi si sarebbero albergate tante e tante centinaia di giovanette, discese dalle più illustri prosapie di Napoli, munite di vistose dotazioni? Alla fin fine, l’ingresso mio nel chiostro non sarebbe stato che un breve saggio di due mesi, allo spirar de’ quali avrei, volendolo, ricuperata senza fallo la mia libertà, per farne l’uso che meglio mi converrebbe. Mi disse queste, ed altre cose ancora.

Erasi frattanto proposta di condurmi al monastero nella giornata, ma l’enfiagione dei miei occhi essendo tale da metter paura, dovette suo malgrado astenersene.

Il giorno appresso, veggendo che invano si sarebbe attesa la fine del pianto, mi ordinò di apparecchiarmi... Povera Giuseppina! Io non aveva né la mente né il cuore a segno... Fu dessa che mi allestì. La madre, ora rimproverava le mie esitazioni, ora m’incoraggiava dicendomi:

«Sta’ pure certa che fra due mesi verrò a riprenderti!».

Dalla carrozza scesi alla porta del monastero contristata, e montai piangendo la prima scala che mena alla seconda, detta della clausura.

Nell’aprire la porta suddetta, la portinaia suonò un campanello onde avvertire la Comunità che la vittima stava per entrare.


Mia zia, l’abbadessa, trovavasi nella porterìa, e fu la prima a venirmi incontro. Tutta contenta mi strinse al seno, e susurrommi all’orecchio in tuono affabilmente imperioso di ringraziare le monache del favore che mi avevano usato, accettandomi per loro compagna. Le venerande sembianze e la voce di mio padre, ripetute nel volto e nella pronunzia della badessa, mi scossero per modo che credetti di cader tramortita.

Frattanto le monache accorrevano in folla per vedermi, cacciando la testa le une sulle altre, e salendo per fino sulle seggiole. Né facevano a bassa voce i loro commenti intorno alla mia persona. Chi mi trovava bella, chi brutta, chi simpatica, chi antipatica, chi di contegno docile, chi d’aspetto recalcitrante. Io mi sentiva oppressa, soffocata: avrei preferito di morire piuttosto che entrare per ispontanea volontà in un luogo, dove il libro della civiltà prometteva fin dalla prefazione guarentigie sì scarse.

I ringraziamenti, raccomandati dalla badessa, furono proferiti non da me stessa, ma sibbene dalla madre, la quale fra le altre cose disse come la mestizia del mio volto non dovevasi attribuire ad altra cagione, se non alla morte recente di mio padre, e alla separazione dalla famiglia. Il discorso, non lungo, ma condito di complimenti copiosissimi a nome mio recitati, venne interrotto dall’arrivo dell’altra mia zia paterna, chiamata Lucrezia, la quale, perché accidentata sì alle membra che nel senno, entrò sostenuta da due converse.

Gli sponsali di Giuseppina erano stati fissati al 2 gennaio 1840. Si fermò adunque col consenso della madre e della zia badessa, che sarei entrata nel convento due giorni dopo le nozze.

Ritornata in casa, ricusai di prendere alimento alcuno; e fino al giorno fatale, i miei occhi non cessarono di versare gran copia di lagrime.

Quanti sforzi magnanimi non usarono i parenti paterni, onde indurre mia madre a non sacrificarmi! Rispondeva costei, che farmi dimorare due mesi in un convento di nobili donzelle, non era al certo volermi immolare. Tale infatti, com’ebbi più tardi l’occasione di verificare, era allora la sua intenzione.

La principessa di Forino si offrì di tenermi in casa sua per quei due mesi, ed i suoi figli, miei cugini, s’impegnarono a farmi sposare il duca di * nostro lontano parente, e allora vedovo. Mia madre rese grazie dell’offerta gentile, e disse che del matrimonio se ne sarebbe riparlato al suo ritorno di Calabria.

Né soltanto gli stretti parenti, ma pure agnati ed amici gareggiarono in quella circostanza di compassione e di benevolenza in mio soccorso. Il generale Salluzzi, uomo dotato di non comune filantropia, e commilitone di mio padre, mi assicurò che qualunque fosse per essere nell’avvenire lo stato mio, egli mi avrebbe fatto un dono di mille ducati.

La sera de’ 2 gennaio avvenne, com’era stato prestabilito, lo sposalizio di Giuseppina: l’accompagnai piangendo (inseparabili sono le lagrime dal mio dramma!). Essa andava nelle braccia d’un uomo che amava: io, misera, mi allontanava per sempre e da lei e da ogni altro essere diletto.

Il mio pianto, estremo sospiro d’un agonizzante, contristò la funzione... Funesto presagio in una sera di nozze.

Al fine sorse l’alba del sabato 4 gennaio.

Io portava allora i capelli in lunghi ricci. Nell’atto d’acconciarmeli in quella foggia consueta, la voce della madre mi fermò.

«Che vai facendo?» mi diss’ella: «Ti pare sia quella un’acconciatura che si addica a convento? Sciogliti presto i ricci! Stamane devi solamente lisciare i capelli».

«Ma, Dio buono, io non entro nel convento per farmi monaca!» risposi indispettita al sommo. «Se non devo abitarci che per due soli mesi, perché disadornare la mia pettinatura, perché smettere le mie abitudini?»

«Ch’io non ti voglia far monaca, tu ben lo sai; ma la badessa mi ha raccomandato di non menarti stamani colla chioma preparata così, affinché le monache non ti chiamino vanarella».

E in così dire, prese il pettine, e di propria mano mi lisciò i capelli.

Di là a poco venne il generale Salluzzi e la nuora della principessa di Forino, che dovevano accompagnarmi al chiostro.

Lungo il tratto di strada che dalla Madonna delle Grazie a Toledo mena a San Gregorio Armeno, mi sentii immersa in uno stato morale, che partecipava dello stupore e dell’estasi. Parevami d’essere nelle angustie d’un sogno funesto. Fu assalita la mia memoria dalle più care e patetiche rimembranze d’un passato, ch’era in procinto di separarsi da me per un tempo non determinato con sicurezza: mi tornarono in mente gl’innocenti trastulli dell’infanzia, divisi con amiche più fortunate di me: le tenere carezze di mio padre, e gli ultimi fatali suoi compianti: i gaudi dei primi amori, e l’immagine di Domenico... Ahi! specialmente a questa reminiscenza ricorse più spesso la mia memoria, straniera perfettamente a tutto ciò che avveniva o dicevasi a me d’intorno.

Mia madre aveva avuto cura di coprirmi il volto d’un fitto velo, acciocché il mio pianto non divenisse lungo la via argomento di pubblico spettacolo: nondimeno il fazzoletto, che spesso mi portava agli occhi, facea volgere la gente verso di me, siccome conobbi, ad intervalli, dalle osservazioni delle persone che m’accompagnavano.

Giunsi intanto al luogo prefisso.

Le porte si spalancarono: orride fauci di mostro. Mi sentii di repente aggraffata per le mani, spinta, urtata alle spalle, trascinata non so dove: udii stridere con sinistro cigolìo i catenacci, che risbarravano l’orribile porta; mi fu strappato il nastro che fermava il cappello, tolto lo scialle... ed allorquando cominciai a discernere partitamente gli oggetti, mi trovai inginocchiata innanzi ad un grande cancello di legno dorato.

Era il coro!

Una monaca mi disse:

«Ringrazia Iddio del benefizio di averti condotta in luogo di salute!».

Non risposi, né ringraziai. Essendo in me ritornata la ragione, per poco smarrita, un’idea trista mi balenò al pensiero.

Il presagio, ahi! troppo presto avverato, del moribondo mio genitore.

martedì 5 maggio 2009

Le Memorie di Enrichetta Caracciolo: IV. Il lutto.

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IV
Il lutto

La pace fatta avea riaccesa la passione in seno ad entrambi. Nel giorno del lunedì passò egli più volte sotto le mie finestre. Io ne distingueva il passo; e sempre che mi riuscisse di non farmi vedere dalla madre, correva a risalutarlo. Intorno alla mezzanotte rinnovellammo gli addii.

Era già un’ora dacché io giaceva tutta agitata in letto, senza poter chiudere gli occhi, allorché udii un cupo rumore sotterraneo straordinario che mi spaventò. Sollevai il capo: mi girava. Tentai sedermi in letto: una scossa gagliarda di terremoto mi rovesciò sui guanciali.

Allo scricchiolìo delle porte e delle finestre, al tintinnare de’ campanelli, tutti si destano. Giuseppina balza dal letto: io la seguo vacillante, ed ambedue corriamo nella stanza de’ genitori, i quali già accorrevano incontro a noi per intimarci che ci vestissimo alla meglio, e andassimo a cercar rifugio nella grande piazza del quartiere, che era vicino alla nostra abitazione.

Una seconda scossa, più forte della prima, ci atterrì. Fuggimmo in abito da camera. Mia madre teneva nelle braccia una delle sue bambine, io afferrava l’altra, che in mezzo alla strada consegnava ad una persona di servizio, affine di rassettare in fretta il mio scomposto abbigliamento.

Lunghissimi erano i miei capelli: le treccie, svolte nella corsa, mi pendevan disordinatamente sugli omeri.

Mi sentii leggermente tirare per la chioma. Mi volsi: era Domenico, il quale a voce sommessa mi sussurrò all’orecchio:

«Benedetti i terremoti, che mi danno il contento di rivederti, e darti un altro addio»

«Ritornerai presto?»

«Sì, cara: mi tratterrò in Napoli un mese solo».

Il tuono fermo di questa promessa era in contrasto col suolo, che tuttavia oscillava sotto l’impulso del tremendo fenomeno. Le genti fuggivano a tutta possa dalle case loro. Il fragore che facevano i camini precipitando a terra da’ tetti, gli urli, le preci, gli ululati de’ cani, il cantar de’ galli assordavano l’aria; perfino gli uccelli, spauriti dalla catastrofe, avevano abbandonati i nidi, e volavano e rivolavano sul nostro capo, mandando striduli lamenti. Era insomma una scena di spavento universale, di scompiglio, di desolazione, da non essere giammai cancellata dalla memoria.

Domenico si accostò a mio padre, e lo salutò; egli l’accolse garbatamente, ed entrò seco lui in discorso per quasi un’ora, durante la quale le scosse di tremoto incessantemente si succedevano. Avendo però fermo di partire prima del levar del sole, e veggendo che l’alba già incominciava ad infiammare l’oriente, mi chiese la mano, la strinse teneramente, poscia su quella di mio padre impresse un bacio rispettoso. Nel passare dinanzi a mia madre, la salutò del pari. Costei lo chiamò.

«È egli vero, signor Domenico, che siete in procinto di partire?»

«Fra mezz’ora m’imbarcherò. Parto per ubbidire agli ordini paterni; ma, Dio volendo, farò ritorno non più tardi di un mese. Allora, sia col suo, sia senza il suo consenso, per mezzo dell’avo mio vi chiederò nuovamente la mano di vostra figlia; né suppongo che me la vogliate negare, avendo veduto che nulla finora poté scemare l’ardente e reciproco amore che ci portiamo».

«Va bene» rispose mia madre: «al vostro ritorno ne parleremo».

Gli porse la mano, ed ei se la portò alla bocca, dicendole:

«Cara madre, siate pietosa!».

Ella sorrise, ed egli esultante se ne partì. Dolorose ricordanze!

Le lagrime mi bagnavano le gote, e la piena degli affetti mi toglieva l’uso della parola. Confidai alla carità degli sguardi il patetico messaggio, che ricusava la lingua di articolare. Entrambi ci sogguardammo sino a tanto che ci fu dato vederci, e quando egli fu scomparso, ancora col favor dell’udito io raccolsi lo spirante rumore de’ suoi passi.

Conviene credere, che ogni persona abbia nella sua vita una qualche data nefasta, un qualche critico avvenimento e di sinistra ricordanza, che dà principio ad una serie non interrotta di susseguenti disastri. L’ora nefasta della vita mia era dall’oroscopo segnata nel mezzo di quella spaventosa notte, in cui lo squilibrio degli elementi minacciò di distruggere Reggio ed altre città delle Calabrie.

Altre tristezze io non aveva provato fino allora, se non quelle inevitabili che l’amor vergine cagiona; e sa ciascuno i soavissimi compensi, di che sono rattemprate quelle mestizie. D’allora in poi ogni gioia si tace, il cielo s’imbruna d’ogni intorno, il riso non è più vivo per me: di qua comincia la mia dolorosa storia. Inde lachrymae!

Per la paura de’ terremoti, non potemmo tornare in casa, che la mattina del sesto giorno; non già perché cessato del tutto fosse il pericolo, ma perché mio padre, ormai settuagenario, e pregiudicato inoltre nella salute dal lungo disagio, accusava un malessere generale.

Io amava, adorava questo padre con tenerezza non comune: l’amava più della madre, e non senza ragione. V’ha de’ genitori, i quali non contenti di usare un’ingiusta predilezione a favore d’uno o di più figli, hanno pure l’imprudenza amara di farne in famiglia incauta mostra. Mia madre (aggravo con dolore la sua memoria) non andava esente di tale debolezza, giacché, per non so quale istinto, prona alle domestiche preferenze, non si prendeva almeno la cura caritatevole di velarle agli occhi de’ meno amati. Ora nel numero delle sue predilette non era io, né scorreva giorno alcuno ch’io non me ne convincessi per novelle ed evidenti prove. Mio padre, in compenso, suppliva alla scarsezza dell’affetto materno, raddoppiandomi il suo.

La sera del 21 settembre io sedeva al piano-forte, intenta a ricreare il genitore, e stava cantando un’aria della Norma, a lui diletta, quando lo udii sospirare. Credetti che qualche spiacevole pensiero l’avesse turbato di passaggio, e proseguii il canto.

Un secondo sospiro, seguìto da una sommessa prece, mi giunse all’orecchio.

Mi alzai tosto, ed avvicinatami a lui chiesi di ciò che tanto l’affliggesse.

«Non sono afflitto» disse, «ma mi sento male, e mi rincresce di non condurre al teatro stasera».

«Che mai dite? di questo vi duole? Ecco levati i nastri dalla mia chioma!».

E in così dire, deposi la pettinatura sopra la sedia.

Chiamai Giuseppina, chiamai la madre. Il vecchio disse alla moglie sentirsi gravemente ammalato dal mezzodì in poi, e che credeva le sue sofferenze sintomi di vicina morte.

Lo menammo nella sua stanza col cuore spezzato da tali detti, e si mandò a chiamare il medico. L’indomani un consiglio di professori dichiarava, che il malato era affetto da una infiammazione de’ visceri.

Al quarto dì perdevano i medici ogni speranza di poterlo risanare, ed al settimo ci annunziarono come, vani essendo riesciti i loro sforzi, dovevamo somministrargli gli ultimi conforti della religione.

Non comprenderanno appieno la violenza de’ miei singulti, la mia disperazione, se non quelle fra le orfane, che rimasero orbate d’un genitore, al cui affetto avevano esclusivamente affidata la somma de’ beni presenti e futuri! L’estrema unzione d’un tale padre spande per le funeree fiaccole sull’avvenire dell’orfano riverberi tanto foschi, che verun sole avrà più la virtù di dissipare.

Terminata la lugubre funzione, volemmo essere ricondotte nella sua stanza. Lo ritrovammo poggiato sul fianco dritto, colle spalle alla porta per cui s’entrava.

Il mio volto era contraffatto dal pianto: gli astanti mi fecero segno di non avvicinarmi a lui. Sedetti allora accanto alla porta, a stento frenando le lagrime.

Cupo silenzio regnava, non da altro interrotto che dall’andito affannoso di mio padre. Le sue palpebre socchiuse si riaprirono ad un tratto, e gridò:

«Enrichetta! ». M’avvicinai al letto, ma il letargo l’ammutolì.

Dopo un tratto cercò di rialzarsi e chiamò nuovamente, e più forte: «Enrichetta!»

«Son qui» gli dissi... «son qui. Che desiderate, padre dolcissimo?».

Mi fissò con un occhio impietrito, ma tenerissimo, di cui eterna mi resterà la rimembranza; poi domandò:

«Perché mi lasci?»

«Sono vicina a te» risposi con voce soffocata dal singhiozzo. Ed egli:

«Sai che ho ricevuto i sacramenti?»

«Lo so».

«Mi sento in pace coll’anima» ripigliò. «Solo una cosa mi fa morire scontento, ed è il tuo avvenire... Che ne sarà di te, povera figlia?».

Profetiche parole, che nelle mie ulteriori vicende ebbi presenti sempre, e ad ogni passo!

L’indomani egli era prossimo all’agonia. In un intervallo di lucidità chiamò mia madre a sé, e le disse in accenti male articolati:

«Teresa, conduci altrove queste povere figlie! La loro vista mi opprime il cuore. Esse perdono il padre prima d’aver avuto uno sposo che possa proteggerle e soccorrerle. In questi estremi momenti debbo pensare alla divina misericordia, e lasciare ad essa la cura del resto».

Mia madre ci fece cenno di approssimarci: c’inginocchiammo tutte.

Egli stese le mani tremanti, e ci benedisse. Ci sogguardò una per una, poi richiuse gli occhi.

Sulla sera il confessore entrò mesto nella nostra stanza, e il suo silenzio ci disse che non avevamo più padre!

lunedì 4 maggio 2009

Le Memorie di Enrichetta Caracciolo: III. La gelosia.

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III
La gelosia

Alludendo al tradizionale sistema di depravazione con cui gli or decaduti tirannelli della nostra penisola snaturavano i costumi de’ loro sudditi, scrisse il più acuto e più arguto de’ critici tedeschi, mancato non ha guari alle lettere, che il maestro Gioacchino Rossini era il solo uomo di stato dell’Italia.

Heine definì così gl’istinti della stirpe latina colla profondità che non seppe impiegare nell’esame dell’indole germanica. Egli soggiornò in Napoli, e studiò da vicino il predominio tremendo della melomanìa nei Napoletani.

Fu detto pure, che con tre F un principe, discepolo di Machiavelli, avrebbe potuto governare comme il faut le genti dell’Italia meridionale: Festa, Farina, Forca; la prima a favor de’ nobili, la seconda per i lazzaroni, la terza per i baffuti liberali. Di farina vi fu penuria talvolta, ma la festa e la forca hanno divertito i Napoletani con esuberanza.

La “festa”, elemento primordiale e costitutivo del regime borbonico, dividevasi in tre specie; eravi la festa sacra, la festa di corte, la festa profana. Suddividevasi poi in cinque principali segreterie di stato: solennità ecclesiastiche, inseparabili da’ prodigi de’ santi, e da quelli dell’arte pirotecnica: ballo: teatro: accademia: carnovale. V’erano de’ giorni di gaia, in cui, se ballava il principe in palazzo, ogni suddito fedele, che non fosse reverendo o podagroso, doveva mettere le gambe in movimento. E negli ultimi giorni del carnovale, quando S. M., indossato il costume di maschera, e salita sull’indorato carro, a dritta e sinistra, lungo la via di Toledo, prodigava a bizzeffe, sotto la forma d’inzuccherati sassolini, le dovizie della regale sua munificenza, quale onore per ogni suddito devoto e leale di ricevere sulla faccia almeno un sol colpo di quella mitraglia, in commemorazione del bombardamento, che salvò Napoli, il trono, l’altare dalla peste infernale del liberalismo!

Il bon ton nelle provincie consisteva nell’imitare servilmente la depravazione della metropoli.

La gioventù calabrese, briosa per natura, ma pur essa infetta della fatuità che inverniciava quel secolo di ferro, era nel carnevale del 1839 tutta preoccupata de’ diversi costumi da indossare nelle feste di ballo.

Domenico non tralasciava di venire ogni sera in mia casa, ove il ballo e la musica non mancavano. Si può forse ascoltar la messa senza l’organo? Si può riunirsi a veglia senza l’intervento del piano-forte?

Mia madre erasi avvista della corte che quel giovine mi faceva, ed acremente mi aveva rimproverata d’aver dato ascolto alla sua galanteria. Egli è perciò ch’io non alzava furtivamente gli occhi su di lui, se non dopo di essermi ben assicurata ch’essa fosse altrove occupata. Questa manovra di contrabbando mi pesava sì sulla coscienza, ma ignorava il mezzo cui appigliarmi per farne di meno.

Domenico si astenne dall’avvicinarmisi palesemente, e di scegliermi a compagna nel ballo. Cotesto tratto di delicatezza, fonte per lui di molta mestizia, mi sembrò un indizio dell’affetto sincero che per me nutriva; al quale indizio, per maggior mia sicurezza, aggiungevasi l’aver io osservato che egli non aveva mai ardito dirmi una sola parola d’amore, come pure volgarmente si usa. M’era già noto per esperienza, come l’affetto gesticolatore non fosse sempre né verace né stabile.

L’ultima sera di carnevale eran venute da noi moltissime maschere, le quali si divisero nelle altre stanze, troppo angusta essendo divenuta la sala per contenerle.

Un “dominò” mi si accosta. Nel porgermi dei confetti, mi fa cadere in grembo non so che cosa. La raccolsi: un oggetto stava ravvolto in una carta.

Ebbi cura di nasconderlo nella pezzuola, e volai tosto nella mia stanza, dove lo svolsi... già s’intende, colle speranze dedicate a Domenico.

Vi stavano racchiusi un cuore, ed un piccolo biglietto così concepito:

«Ti amo, cara Enrichetta, ti amo! promettimi solo fedeltà, e giuro che sarai mia. Domenico».

Rinascosi in seno palpitante la carta, e, fiera di quel tesoro inapprezzabile, feci ritorno alla festa nella certezza che tra la folla non vi fosse altra donna più felice di me.

Lo ritrovai presso la porta d’una stanza, mentre fingeva di riporsi la maschera. Mia madre, che non l’aveva riconosciuto sotto di quella, era naturalmente scevra d’ogni sospetto.

Mi fermò sul limitare, afferrommi la destra, e ponendo un ginocchio a terra, v’impresse un ardente bacio. Sì per l’emozione, sì pel timore d’essere sorpresi, i nostri labbri rimasero mutoli.

Me ne svincolai, e fuggii.

Di là a pochi giorni, l’avo di Domenico, presentatosi a’ miei genitori, mi chiedeva in isposa pel nipote.

Chiesero costoro la ragione per cui non fosse venuto il padre stesso a fare la richiesta; e l’avo schiettamente rispose, non essere il padre contento dell’unione, avendo intenzione di dare al figlio un’altra sposa: ch’egli, l’avo, mosso dalle lagrime del nipote suo futuro erede, erasi determinato a quel passo nella speranza che il genitore stesso avrebbe finito coll’aggiungere il suo consenso.

Quest’equivoca conclusione, unita alla forte antipatia che mia madre nutriva per Domenico, fece sì che l’avo avesse in risposta, come, senza il consenso del padre, gli sponsali non sarebbero mai avvenuti; che se d’allora in poi avesse il garzone ardito avvicinarsi a me, gli sarebbe stato chiuso l’uscio della casa.

Né mio padre né mia madre mi fecero consapevole dell’ambasciata avuta. Seppi l’accaduto col mezzo d’un amico di Domenico.

La sera si mostrò tristissimo, e tanto poté in lui il timore di vedersi escluso da casa nostra, che usò degli sforzi penosi per evitare di mirarmi. Coll’andar de’ giorni crebbe talmente la sua tristezza, che il padre, affine di distrarlo dalla passione che lo consumava, gli ordinò di partire per Napoli.

Impallidì Domenico all’ingrato annunzio: proruppe in lagrime, supplicò, implorò, cercò, per ottenere la revoca dell’ordine fatale, tutti mezzi che l’amore seppe suggerirgli. Il padre mostrossi inesorabile; talché, quand’ebbe il giovane esaurite le più affettuose preghiere, si alzò di bello, e corse a chiudersi nella sua stanza, dove per due giorni rifiutò qualunque alimento, e donde non uscì se non rassicurato dalla promessa della madre, che gli sarebbe stato permesso rimanere in Reggio.

Allora solamente lo rividi. Com’era pallido e sparuto! Ma l’amor puro si pasce di dolore, si compiace nell’afflizione, si riconforta all’aspetto delle lagrime. Lo ringraziai delle sofferenze, per amor mio sostenute, con un mesto sorriso degli occhi: egli mi ricambiò con un sorriso mesto delle labbra: così entrambi ponemmo in obblio le nostre pene,
«Pieni dell’ineffabile dolcezza
D’un comune pensier ch’altri non scerse».
Senonché da lungo tempo aveva avuto occasione d’accorgermi esser Domenico di carattere eminentemente geloso. Bastava che qualche giovine sedesse al mio fianco un solo istante, o che a bassa voce mi avesse rivolta una parola innocente, per veder il suo volto mutar di colore, e le sue pupille passar di repente dall’espressione soavissima alla feroce, mentre il movimento delle sue labbra indicava il rimprovero. Questo suo carattere m’era causa di martirio nell’impossibilità di comunicarci le idee, essendo cosa oltremodo difficile per me il ricevere una lettera, più difficile ancora, per la sorveglianza di mia madre, il potergli rispondere.

In uno di questi malaugurati accessi di malinconia, troppo frequenti nella natura calabrese, Domenico prese il cappello, e andò via senza farsi vedere per più giorni.

Rimproverato dal suo giovine amico e confidente dell’insussistenza de’ suoi sospetti, ritornò, per annunziarmi d’essersene sincerato; sedette sur una sedia dov’io appoggiava i piedi, e prese a conversare famigliarmente, sicuro che la presenza di mia madre l’avrebbe salvato dall’accusa di volermi corteggiare.

Ma costei non cercava che un pretesto per allontanarlo da me: sufficiente cosa sembrolle d’aver trasgredito il suo ordine. Rimaste sole, mi fece dire che mi attendeva nella sua stanza. La trovai coricata in letto.

Lunga ed amara fu la sua esortazione. Mi trattò da indocile, perché m’ostinava ad amare un uomo, cui né ella né il padre di lui volevano darmi in isposa. Disse essersene accorta dell’umore cupo e geloso di Domenico, nonché de’ dispiaceri che quella gelosia mi cagionava; conchiuse, ch’era tempo ormai di finirla, avendo entrambi stancata la sua pazienza. L’essersi seduto a me dappresso, malgrado il suo divieto, presentava propizia l’occasione per troncare definitivamente i progressi d’un folle amore. A quest’uopo ricevetti l’ordine di non comparire la sera di quel giorno in società, ma di trattenermi sola nella mia stanza.

Io non ignorava lo stile irrevocabile delle materne risoluzioni. Mi ritirai tremante presso Giuseppina, la quale m’attendeva, impaziente di sapere l’esito dell’abboccamento. Questa cara sorella era il mio angelo consolatore. Mi fece sedere, vedendo che le gambe non mi reggevano; cercò d’interrogarmi; non potei rispondere. Mi spogliò allora, assistita dalla fantesca, e mi mise in letto, dove, non sì tosto entrata, fui colta dal primo di quegli attacchi nervosi, che non mi hanno più abbandonata, e de’ quali sovente fui sul punto di restar vittima.

Mi fecero odorare de’ sali. Il mio petto era ansante, le fauci inaridite, un fortissimo freddo facevami balzare sul letto. Dopo un’ora soltanto, le lagrime poterono farsi strada, e scorrere abbondanti per le guancie.

Mio padre, dotato d’impareggiabile mansuetudine, aveva interamente abbandonata alla moglie la direzione delle figlie, né mai si opponeva alle risoluzioni di lei, credendole sempre convenienti. Saputo adunque l’accaduto, egli acconsentiva alla sentenza che escluder doveva Domenico dalla nostra società.

Questi, ignaro di tutto, non mancò di venir quella sera, secondo l’usato. Notò l’assenza mia, ma credette sul principio che qualche cura impreveduta m’avesse trattenuta in altra stanza. Frattanto il tempo scorreva; non vedendomi punto comparire, cominciò a sospettare del vero, e se ne turbò.

S’accostò a mio padre, il quale, incapace d’usare scortesia a chiunque, lo trattò come sempre. S’appressò a mia madre: fu agghiacciato dalla severità di lei, ch’egli non aveva notata nell’entrare in sala. Attese adunque palpitando l’opportunità per potersi avvicinare a Giuseppina, che in quel momento stava discorrendo con giovanette della sua età.

«La signora Enrichetta è malata forse?» domandò finalmente, non appena si fu aperto un varco sino alla sorellina.

«Sì» rispose questa, fissando la madre.
«Ma ieri stava tanto bene! ».

La sorella tacque.

Dopo una lunga pausa, Domenico ripigliò:

«È pure strano il cangiamento della Marescialla a mio riguardo! Ditemi, signorina, ve lo chieggo in grazia, sarebbe forse la malattia di vostra sorella cagionata dall’essermi seduto un istante a lei vicino ieri sera?»

«Credo di sì».

«Dio buono! Pare che la signora madre sia andata in cerca d’un pretesto per allontanarmi. Sono stati tanto innocenti i nostri discorsi, tenuti d’altronde in sua presenza, che non so a qual altro motivo attribuire la mia disgrazia».

Il giovine trasse un sospiro, e continuò:

«Ebbene... non verrò più! Sia fatta la volontà di vostra madre! Vogliate però assicurare vostra sorella, che niente avrà la forza di cangiare il mio cuore per lei».

Si alzò, e senza prendere commiato, senza guardare alcuno, celermente uscì.

Sera nefasta della mia vita! I tuoi effetti non saranno cancellati giammai dalla mia memoria!

La separazione non poteva che esacerbare le furenti gelosie di Domenico. Per mezzo dell’amico suo mi fece conoscere, che se io voleva dargli una prova della mia costanza, doveva astenermi dal ballare con chicchessia.

Niente di più confacevole al mio cordoglio: promisi d’astenermene totalmente.

Una sera mi posi al piano-forte mentre si ballava una quadriglia.

«Perché non balli?» venne a domandarmi la madre, atteggiata di sdegno.
«Non mi sento bene».
«Vorresti, ragazza, darla ad intendere a me! Qui, non m’inganno, ci deve star sotto qualche divieto dell’amante...»
«Vi assicuro che...»
«Bada che non soffro capricci. Alzati, e balla!’».

Mi convenne ubbidire; ma fui tratta dalla danza in uno stato non lontano del deliquio.

Né s’arrestarono lì i rigori della madre. Saputosi che Domenico ronzava l’intera notte intorno alla nostra casa per osservare i passi di coloro che ci visitavano, e conoscere se fra quelli vi fosse per avventura qualche rivale, mi venne imposto di non affacciarmi ad altra finestra, se non a quella solamente che non dava sulla via maggiore, ed era riparata da ogni parte.

Se l’incalzare delle restrizioni ebbe per effetto di fomentare sino allo stato di frenesia l’umore naturalmente permaloso, e la passione fosca del giovine, io, dal canto mio, mi trovai in una di quelle crudeli alternative dalle quali impossibil cosa è l’uscir senza discapito.

Relativo a questa mia situazione avvenne in quel mentre un fatto, che mi credo in dovere di non passare in silenzio.

Messina, cospicua città, situata, come si sa, a dodici miglia di distanza da Reggio, e divisa da quello stretto che in tempo procelloso fa impallidire il più esperto nocchiero, suole festeggiare con pompa solenne l’Assunzione della Vergine per quattro giorni, che cominciano al 12 e finiscono al 15 d’agosto. Questa festa, singolare miscuglio di sacro e di profano, di cristiano e d’idolatrico, di costume europeo e di indiano, mette in gran movimento le genti de’ paesi limitrofi e delle Calabrie.

Due smisurati cavalli di carta pesta, montati da due giganti della stessa materia, veggonsi drizzati nella piazza dell’Arcivescovado. Una pelle di cammello, da’ Messinesi chiamato Beato (non so perché), copre due altri uomini della plebe. Il cammello si accosta ai venditori d’ogni genere, e questi, per devozione, intromettono nella bocca spalancata del questuante quadrupede una porzione della loro merce, la quale viene raccolta in sacchi per le spese della festa.

La parte più rilevante della solennità consiste nella seguente processione: una macchina enorme è condotta per la città. Sopra la stessa messi in movimento rotatorio parecchi pezzi, simboleggianti i corpi celesti, come il sole, la luna, i pianeti, ecc. Vi sono pur fatti rotare de’ cerchi, che grandi alla base, vanno impicciolendosi alla sommità

Bella e sontuosamente fregiata è quella macchina, eretta e posta in azione ad onore di Colei che diede la luce al Dio della carità! Ma le sue funzioni ti rammentano il famoso carro di Jagganatha, o le nefande ecatombe de’ Druidi. A quella vista ti rifugge il cuore, né puoi contenerti dal gridare all’orrenda barbarie.

A’ raggi del sole, della luna, e intorno a’ cerchi sono legati de’ bambini lattanti, le cui snaturate madri, mercé il vile guadagno di pochi ducati che dà loro l’impresario dello spettacolo, li fanno simboleggiare gli angioletti che accompagnano l’Assunta al cielo. Questi innocenti pargoletti, non d’altro colpevoli se non d’essere nati figli di madri inumane, e d’aver veduto il mondo in un secolo non abbastanza dirozzato, scendono o morti o moribondi dalla ruota fatale, dopo di aver girato in sensi opposti per sette ore.

Terminata la festa, o per meglio dire, giunto al termine il sagrifizio, accorrono stipate, affollate, urlanti le madri, l’una respingendo l’altra, questa bussando quella, e tutte di conserva impazienti di verificare se morta o salva sia uscita la respettiva loro creatura. Comincia allora una scena d’altro genere, che talvolta finisce con ispargimento di sangue. Non essendo, pel grande numero, facili a riconoscersi dalle madri i sopravvissuti figli, l’una disputa all’altra il frutto delle sue viscere, mentre le imprecazioni delle disputanti e i lamenti delle più addolorate si mescolano agli scherni assordanti degli spettatori e a’ fischi della ciurmaglia.

Quelle poi fra le devote, che tornano in casa loro prive del proprio figlio, consolansi dicendo, che Maria, invaghitasi dell’avvenente angioletto, ha voluto menarlo seco lei in paradiso. Appagate da tale convinzione, s’intrattengono a banchettare colle femmine del vicinato, infino a che scialacquato sia del tutto il prezzo ottenuto, non dubitando di percepire da’ preti ulteriori soccorsi, in memoria de’ loro angioletti involatisi gloriosamente a’ beati Elisi.

Avvicinavasi dunque il tempo di questa festa, manifestazione di uno de’ sopraddetti tre “f” borbonici. I nostri amici, unitamente a’ miei genitori, progettarono di assistervi. La brigata era di quaranta persone, ed una sarebbe stata la casa che doveva alloggiare tutti.

Io mi trovava agitata, immaginando il cruccio che avrebbe arrecato a Domenico l’annunzio di tale divertimento, perché nella brigata s’erano insinuati dei giovani, pe’ quali egli sentiva un’ingiusta, ma pure straziante gelosia. Ve n’era uno fra gli altri, il quale, ignaro del nostro amore, aveva confidato a Domenico stesso il segreto della simpatia che disgraziatamente io gli aveva ispirata.

Appena seppe il progetto, si abbandonò alle più spropositate smanie, e col solito messo mi fece conoscere, che se avessi lasciato Reggio si sarebbe ucciso. Invano Paolo, l’amico suo, gli fece osservare che esigeva da me cosa superiore alla mia volontà, non essendo presumibile che i miei genitori volessero lasciarmi sola; né d’altronde potendo io lottare contro il loro comando. Cercò persuaderlo co’ più efficaci argomenti, promettendogli inoltre ch’egli stesso non si sarebbe mosso dal fianco mio, e m’avrebbe dato il braccio nelle passeggiate, per evitare ch’altri mi avesse approssimata. Gli giurò di più, in nome dell’amicizia che li univa, come schietto e sincero, che al suo ritorno gli avrebbe reso conto della mia condotta rispetto ai rivali immaginarii.

Rassicurato alquanto da questa promessa, mi precedette di poche ore nel viaggio; talché, non appena giunti al porto di Messina, lo vidi lungo il molo che stava aspettandomi. Egli ci seguì da lontano, e conosciuta la nostra dimora, s’installò in un caffè, donde senza esser veduto da mia madre, potea vedere i balconi della casa da me abitata.

Paolo mantenne puntualmente la promessa. Si allogò a me dappresso, come l’ombra mia stessa, facendo del corpo suo una barriera insormontabile per ogni altra persona che avesse voluto avvicinarmisi.

Mi sapeva mill’anni che, scevro di qualche dispiacere, giungesse l’ultimo giorno della festa. Disgraziatamente non fu così.

Erano le nove di sera, allorché Paolo mi disse che usciva un momento solo, per fare acquisto d’un oggetto che gli era necessario.

«Fate presto, Paolo, per carità» gli dissi: «sapete bene che alle dieci dovrò seguire la brigata al palazzo della Borsa».

«Sì» rispose «ma c’è un’ora ancora di tempo, ed io chiedo solamente pochi minuti».

Ciò detto, se ne partì.

Non aveva appena scesa la scala, che mia madre ordinò a me e a Giuseppina di prepararci per uscir di casa.

«Ma che faremo» le dissi, «sino alle dieci, ora fissata per recarci alla Borsa?»

«Andremo attorno per godere della luminara».

«Non siamo tutti» soggiunsi: «manca ancora qualcuno della comitiva».

«Chi manca ci raggiungerà» replicò essa in tuono che non ammetteva replica.

Mi tacqui, e feci lentamente gli apparecchi necessari, colla speranza che Paolo esser dovesse di ritorno per darmi il braccio.

Mia madre, Giuseppina e gli altri aspettavano già pronti che mi unissi a loro. Strappai un bottoncino dal guanto, e pregai che avessero la pazienza di attendermi, finché con un ago me lo riattaccassi.

«Inutile!» fece mia madre in collera. «Eccoti uno spillo, che farà le veci del bottoncino».

Presi lo spillo, e seguii la brigata, guardando affannosamente se Paolo arrivasse.

Una voce mi scosse:

«Signorina, poiché il vostro cavaliere è assente, vorrete gradire il braccio mio, invece del suo?».

Alzai gli occhi: era quel desso, che aveva detto a Domenico sentir particolare simpatia per me... Oh, Dio, quale imbarazzo! Come fare per disimpegnarmene? Restai in forse, se accettare, o bruscamente ricusare. Mia madre mi guardava fissa; parecchi altri signori avevano udita l’offerta.

L’urbanità, la confusione, il timore prevalsero. Gli porsi il braccio per metà, come se paventassi qualche contagio, e seguitai il cammino senza far motto.

Allo svolgere della strada, non ostante l’immensa calca di gente, chi mi veggo innanzi? Domenico. Egli moveva alla volta mia.

Il lividore di un morto è forse minore di quello che copriva il suo volto: aveva l’aspetto d’un vampiro infuriato.

Guardò biecamente, ferocemente il mio compagno, indi, volto quell’occhio terribile su di me, avventossi, come per atterrarmi, pronunziando parole inintelligibili.

Misi un grido. Il frastuono della strada, per buona fortuna, lo coprì.

Frattanto la folla mi aveva separata da Domenico, e siccome opposte eran le vie che facevamo, egli tirò per la sua, noi proseguimmo la nostra. Non perciò sedato fu il mio spavento, ché anzi, consapevole dell’impetuoso carattere dell’innamorato, temetti non ritornasse munito di un’arma micidiale, onde attentare alla mia od alla vita del povero giovine.

Mi quetai un poco, soltanto quando fui giunta alla Borsa. Entrata nella grande sala, dissi a Paolo sotto voce di seguirmi al balcone, ed ivi gli narrai l’accaduto; al che, mostratosi questi dolentissimo, disse di volere mettervi pronto riparo, correndo immantinente in cerca dell’amico suo, e rappresentandogli la mia innocenza.

Chi ha provato l’amore, può di leggieri comprendere quale fosse il mio stato. Amava Domenico con amore tenero ed affettuoso; era attentissima a non dargli alcun motivo di gelosia ed intanto passava ai suoi occhi per donna frivola ed incostante.

Spuntò l’alba, sempre desiderata dagli amanti afflitti, e la gente di servizio cominciò a fare gli apparecchi del ritorno. Poche ore dopo eravamo in Reggio.

Paolo fu sollecito a venir la sera prima dell’usato. Lo interrogai cogli occhi se avesse veduto Domenico. Con un leggero chinar di capo m’accennò di sì.

Mi raccontò più tardi, che il furore aveva condotto l’amico suo ad un passo di pazza disperazione. Determinato di troncare meco, ed una volta per sempre, qualunque relazione, egli aveva promesso a sua padre di partire senz’altro indugio per Napoli. La parola era già data, né più potevasi ritrattare. Nondimeno, gli acerbi rimproveri di Paolo e gli atti della mia giustificazione aveano esercitato un’influenza benefica sullo spirito di lui, né era lontano dal pentirsi del passo, che fatto aveva in un momento di folle dispetto.

M’alzai, non potendo frenare la commozione prodotta dalle parole di Paolo, e ritiratami in disparte, meditai un istante. Poscia, ripresa la perduta energia, tornai ad occupare il posto abbandonato accanto al confidente delle mie pene.

«Un ultimo favore vi chieggo» gli dissi con fermo accento. «Vogliate riabboccarvi con Domenico, non per altro se non per annunziargli a nome mio che la parte offesa sono io. Può partire o restare a suo agio, non me ne curo più, conoscendomi innocente della colpa che m’attribuisce. Possa trovar egli in Napoli donna più fedele di me!».

Da quel momento, coerente alla risoluzione presa, e forte della mia lealtà, feci le viste di volermi totalmente staccare da lui; ma egli, sinceramente ravvedutosi, avea digià riprese le consuete passeggiate sotto le mie finestre.

Era un giorno di domenica, ed il giorno fissato alla sua partenza era il seguente martedì.

Come ho già detto, trovavasi nella nostra casa un coretto che dava nell’interno della chiesa di Sant’Agostino. Ivi recatami per ascoltare la messa, vidi Domenico di rimpetto a me.

L’amore, che spento non era nel mio cuore, malgrado gli sforzi che faceva per soffocarvelo, mi fece volgere lo sguardo verso di lui. Finita la messa, volea ritirarmene: al patetico segno ch’egli mi fece di volermi arrestare per poco, ebbi la debolezza di condiscendere.

Come tutta la gente fu uscita di chiesa, egli, avvicinatosi al cancello, e giunte le mani in atto supplichevole, mi disse: «Perdonami! Confesso il delirio mio!».

Lo guardai: l’espressione del suo volto era tale da disarmare il più forte risentimento. Colle lagrime agli occhi risposi:

«Crudele! posdomani parti, m’abbandoni, e chiedi perdono!?»

«Per questo sacro luogo in cui ci ritroviamo» soggiunse, «giuro me fra un mese sarò restituito a te, malgrado gli ordini del padre, il quale mi vorrebbe allontanato per un anno intero!»

«Accetto il tuo impegno: a questo patto dimentico gli oltraggi». Un leggero tossire ci avvertì essere entrato qualcuno in chiesa.

«Addio!» disse Domenico.
«Addio!» ripetei con voce velata dalla commozione.

Allontanossi, e giunto alle spalle dell’altare, presso alla porta minore della chiesa, si volse di nuovo, e mi disse:

«Non mi tradire!».

Tradirlo! Or che mi rendeva l’amor suo, qual altra fortuna poteva io desiderare?