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I
L’infanzia
L’infanzia
Non per menar vanto della chiarezza de’ miei natali, ma per debito di narratore, e per fare maggiormente conoscere in quali modi veniva dal governo borbonico avvilita l’indigena aristocrazia, senza che le classi inferiori ne riportassero alcun vantaggio, dico che una delle prime e più cospicue famiglie di Napoli è la Caracciolo, alla quale mi onoro di appartenere.
Mio padre, secondogenito di Gennaro Caracciolo, principe di Forino, nacque nel 1764. Abbracciò la carriera delle armi (ben tenue e scarso, per la legge allor vigente dei fedecommissi, essendo l’appannaggio de’ secondi nati), e sposò di quarant’anni una giovanetta palermitana, che ne contava appena quattordici. Teresa Cutelli (così chiamavasi la donzella) mi metteva alla luce il giorno 17 gennaio 1821, dopo quattro altre femmine, e mi dava il nome d’Enrichetta, nome d’una monaca zia paterna: una delle innumerabili offerte, che all’ordine di san Benedetto consacrò la mia stirpe. Nacqui in Napoli nel palazzo di mia famiglia, poche settimane prima che l’Italia e la Grecia, questi due emisferi dell’antica civiltà, rialzassero la fronte a desiderii d’indipendenza; e non aveva che tre soli mesi, allorché dalla famiglia fui condotta a Bari, essendo stato mio padre (che giunto era allora al grado di maresciallo) chiamato per sovrana ordinanza al comando di quella provincia.
Rammento, come se fosse oggi stesso, un fatto accadutomi in quella città dopo d’aver compito il mio terzo anno.

Conturbati i miei parenti, mandarono immantinente in casa per sapere ciò che fosse stato di me e del famiglio: ma fu detto dalla fantesca non essere stata punto a lei consegnata la bambina: questo aumentò la loro angustia. Vola personalmente mio padre in casa: chiede, richiede palpitante; e la donna ripete sempre di non aver veduto rientrare alcuno. Questo messaggio fa giungere al colmo l’agitazione della famiglia, la quale, seguita da parenti ed amici, lascia all’istante la festa, e si mette a cercar di me. Fu un investigare pieno di trambusto, un andare e venire di molte volte per la stessa via, e sempre indarno. Decisi alfine i miei genitori di cangiar strada, dopo l’aver vagato per molte ore, videro una bettola semiaperta, dove lo schiamazzo della gente indicava la gozzoviglia. Spinto l’uscio, mi trovarono stesa sul piano di due sedie accostate, ed immersa nel più placido sonno, mentre il famiglio, ubbriaco, clamorosamente bussavasi con altri compagni di stravizzo. La precipitazione con cui mia madre ricuperò la sua diletta proprietà, mi ridestò. La scena inconsueta dove mi trovai, le grida di mio padre, che, preso per la gola il malvagio servo, lo fece stramazzare bocconi, scolpirono profondamente quel risvegliamento nella mia memoria. È questa la prima e più antica rimembranza della mia vita.
Dopo quattr’anni di dimora in Bari, mio padre richiamato per telegrafo a Napoli partì sull’istante. I Borboni solevano agire con quel misterioso terrorismo, che formidabile lasciò scritto nella storia il nome del Consiglio de’ Dieci. Senza saperne la ragione, venne dall’ingiusto governo passato alla quarta classe; né senza fatica finalmente giunse a penetrare d’essere stato incolpato di non so quale fatto politico.
Mandò ad avvertire mia madre d’apparecchiarsi prontamente, e di portarsi in Napoli colla famiglia, facendosi accompagnare nel viaggio da un amico di lui. Messa adunque in assetto ogni cosa, prendemmo la carrozza di posta, affine di giungere più presto alla capitale.
Eravamo al terzo giorno del viaggio, allorché mia madre s’accorse, che un pallore cadaverico copriva il volto dell’uffiziale datole per compagnia da mio padre. Gli domandò che cosa avesse; rispose sentirsi molto male. Dopo pochi istanti, l’uffiziale cacciò il capo fuori dello sportello, ed orribile fu lo spavento di noi tutti, allorché vedemmo l’infelice vomitare un torrente di sangue.
In tale stato deplorabile, e col pericolo che da un istante all’altro potesse l’infermo rimaner esangue, ci convenne proseguire il cammino, finché un villaggio qualunque si fosse presentato, dove ci venisse fatto di prestargli l’aiuto che reclamava il suo stato. Inutili riuscirono i rimedi e le cure dell’arte; lo sventurato non vide il tramonto di quel dì.
Questa catastrofe oppresse gli spiriti nostri. Continuammo il viaggio nella mestizia, ed io, benché tuttora fanciullina, piansi più volte per compassione.

Noleggiato pertanto un brigantino inglese, ed imbarcatavi la roba, attendevamo l’avviso della partenza. Era il giorno 15 ottobre dell’anno 1827. Una pioggia dirotta, una fitta caligine oscuravano il dì: sembrava già notte prima dell’occaso. Determinato di partire, nonostante l’aspetto non propizio del tempo, il capitano ci manda a chiamare a bordo. I miei genitori fanno al messo delle proteste; ma l’ordine dell’inglese era positivo, né ammetteva commenti intorno alle condizioni dell’atmosfera. Fummo adunque obbligati di metterci sul mare, mentre l’acqua cadeva a ribocco, e i flutti d’ogni intorno infuriavano.

Io non contava ancora sette anni, ma da’ segni che mio padre e mia madre scambiavansi capiva trovarsi essi costernati dal temporale, ormai ingrossato di vento gagliardo, di grandine, di fulmini. Incominciai a piangere in coro colle sorelle, senza lasciarmi quetare dalle carezze de’ genitori e da’ conforti del capitano, bramoso di farci credere, in una non so quale mistura d’eterogenei vocaboli, che non si correva pericolo alcuno.

Il viaggio, per buona fortuna, durò poco. La sera del secondo giorno giungemmo a Messina. Restammo per molte ore col capo vacillante, e solamente dopo esserci ristorati con prolungato sonno, ci sentimmo restituiti in salute.
La mattina seguente un altro brigantino arrivava nel porto di Messina. Incoraggiato dalla nostra partenza, avea voluto seguirci; ma, meno avventuroso di noi, avea dovuto buttare gran parte del carico nel mare, e recava inoltre una donna, morta dallo spavento e dal mal di mare.
A questa notizia, ringraziammo il Signore pel pericolo superato, ed aspettammo che il tempo si fosse ben rasserenato per valicare il Faro, e recarci in Reggio.

Quattro carrozze menarono la nostra famiglia al grandioso palazzo destinato a mio padre. L’amenità del luogo, l’allegra comitiva, la calabra ospitalità ci fecero in pochi giorni dimenticare e i disagi sofferti per tre anni nella capitale, ed il sibilo sinistro della tempesta.
Facili a dissiparsi son le tracce che imprime la sventura nella puerile età.
Presentiva io forse allora le tempeste e i guai che m’aspettavano?
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